In una originalissima fusione tra il piano del disegno e la tridimensionalità della scultura, Giovanni Pinosio mette in campo elementi complessi come vuoto e immaterialità.
Oratorio di Santa Maria
Assunta, Spinea,
Venezia
In una originalissima fusione tra il piano del disegno e la tridimensionalità della scultura, Giovanni Pinosio mette in campo elementi complessi come vuoto e immaterialità.
Giovanni Pinosio è un giovane artista veneziano con alle spalle quei necessari studi Accademici che gli permettono di muoversi con sicurezza tra “le belle arti”, privilegiando tra queste il disegno e la scultura.
O meglio, una sua originalissima fusione tra il piano del disegno e la tridimensionalità della scultura che egli realizza mettendo in campo, nella costituzione della “figura”, elementi complessi come vuoto e immaterialità.
Immaginiamo la grafite della matita che scorre sul foglio bianco a comporre porzioni ibride di figura: è l’uomo al centro della sua ricerca, un uomo maschile ma sessualmente non caratterizzato. Compaiono tracce ora di un tronco, ora di una mano che vibra – e quel gesto viene replicato occupando lo spazio – ora soltanto la traccia di un moncone di gamba. Sostituiamo la grafite con del filo di ferro e proviamo a costruire quella figura nello spazio. L’immagine ritrova se stessa nello spazio, acquisendo però una tridimensionalità metafisica.
Il nostro corpo è denso involucro di carne che appoggia sullo scheletro portante.
Pinosio con le sue opere rovescia il dentro e il fuori: è lo scheletro in fil di ferro a formare la figura, mai realmente compiuta. Ibrida anch’essa. Mentre l’interno della figura non c’è. E’ “vuoto”.
Dal punto di vista realizzativo l’autore, che padroneggia la figura anatomica, ricava dal disegno quelle linee e quei piani che poi trasferisce – da orizzontale a verticale – per concepire il corpo in tridimensione.
Il vuoto rappresenta una sfida in questa concezione di scultura, perché l’ambiente entra nel corpo dell’opera, creando un indistinto con lo spazio. E sebbene il vuoto rappresenti l’estrema sfida nella scultura, notoriamente realizzata su pieni, è anche l’incombenza dell’ambiente, lo spazio che entra ed esce dalle sculture di Pinosio, a crearne l’originalità.
”Filo” conduttore è però un altro elemento impalpabile, invisibile. Non solo l’aria, che circola all’interno del vuoto delle sculture. Ma la voce. Perché anche l’esperienza con il canto ha influenzato la produzione artistica di Pinosio. Durante il suo percorso accademico ha tratto giovamento dalla ricerca che conduceva con la voce: tutto acquisiva più leggerezza. Una leggerezza che trovava forma nella scultura.
La voce è invisibile linea di confine tra materiale e immateriale. Possiamo sentirla, goderne, ma non possiamo toccarla. Eppure, la voce è forse la manifestazione umana più potente. In questa ricerca dove voce e vuoto sono cardini portanti dell’impianto installativo, Pinosio va ad inserire nelle sue sculture, usando del filo in ottone, alcuni elementi organici a sottolineare la trachea, la laringe, i polmoni. Gli organi del corpo dove l’aria trasmuta in voce.
E sebbene questa mostra titoli Un filo di voce, la voce di Pinosio nel panorama artistico contemporaneo è puro canto d’arte.
Testo critico di Barbara Codogno