Titolo

Il desiderio dell'altrove

Curatela

Antonella Argentile

Location

Glamping Canonici di
San Marco, Mirano,
Venezia

Data

2024

Lo scultore ha ascoltato le ombre dei suoi disegni, interrogato le sottilissime teste di elefante ed è andato altrove, portando con sé tutta la meraviglia e la forza interiore della sua leggerezza.

Il desiderio dell'altrove

Il lavoro dell'artista, sosteneva Proust, consiste in una perpetua trasformazione delle cose rappresentate, analoga a quello che in poesia è il ruolo della metafora.


Le sue parole mi sono affiorate alla mente ripercorrendo la produzione di Giovanni Pinosio, che, partendo in modo riconoscibile da una cultura
figurativa assai personale, ha saputo attendere il momento in cui la forma provvisoria prende corpo dal fil di ferro, suo linguaggio d'elezione e spostarsi verso nuove sperimentazioni materiche.

Pinosio ha già realizzato animali e, negli ultimi anni, ne ha spesso percepito l'apparizione e la vicinanza. Questa suggestione gli è rimasta così forte da spingerlo, anche stavolta, ad appuntare col disegno l'elefante, suo novello alter-ego, per conoscerlo meglio e scoprire il messaggio celato che porta con sé.

Ha accolto le prime sfide di questa scoperta artistica fra le quattro mura del salotto della sua abitazione. Le prime visioni dell’animale infatti, in pieno discorso diretto con la cultura totemica di cui lo scultore è ghiotto, sono scaturite da un sogno vivido e sono diventate la base del suo lavoro.

Racconta Pinosio: "La loro grandezza ha liberato il mio gesto, la loro socievolezza ha suggerito l’intreccio dei numerosi segni. Il loro udito acuto ha ampliato il mio ascolto interiore. Disegnare per me è un
profondo atto di conoscenza, esteriore ed interiore. É espressione di un gesto, è meditazione.”

Perciò, man mano che il carboncino e i tratti di grafite si sono fatti più meticolosi, le pareti quasi smaterializzate fino a fargli perdere il senso dei confini, gli occhi di Giovanni si sono spalancati e illuminati.

Nella prima stanza il viaggio catalizza lo sguardo, si fa già avvincente e le idee prendono vita, le connessioni si fanno evidenti. È lampante che in nessuna delle opere presenti in questa rassegna si induce l'osservatore a
credere che ci sia stato qualcosa prima che queste fossero in atto.

Pinosio non è partito da un progetto rigido: il suo Altrove è un solidissimo luogo interiore che ha preso forma da rette via via diverse dalla sola percorribile (quella tangibile), paradossalmente quando il corpo e la presenza del coinvolto sono state davvero radicate.
È un cammino tracciato da una meditazione.

Ecco, quindi, i reticoli di ombre su cui poggia l'apparizione principale: le tracce dell'elefante, leggere e importanti come il suo passo. Presenze note da sempre e insieme enigmatiche, dove l'elemento magico si alterna nel passaggio tra il pieno e il vuoto del metallo, nel dispiegarsi improvviso di una linea all'interno del gomitolo di ferro, catturata dal gesto ampio, finalmente libero da costrizioni della memoria accademica.

Tutto concorre ad arricchire ed affinare il suo lessico, con pazienza e attenzione per l'organicità dell'ambiente in cui emerge: i grandi disegni neri dagli intrecci densi, memori della notte alchemica, o gli Arcipelaghi che si impigliano in una ragnatela di mappe, appartengono tutti all'immaginario di Pinosio.

Le radici, nel proseguimento del percorso, affondano nella connessione con la propria storia e nelle esperienze autentiche dell'artista. Forniscono stabilità e nutrimento, mentre cresce la sua curiosità verso il mondo esterno. Scopriamo quindi che l'elefante, animale "esotico", che popola una geografia lontana, ha attraversato l'infanzia dell'artista e lo ha già accompagnato verso il suo Altrove.

La capacità di essere aperto e flessibile a ciò che il suo inconscio gli permette di esplorare è centrale e decisiva. Il percorso della mostra scende in verticale, come un moto interiore che lo lega ai recessi del suo io più puro e in orizzontale, rivelando l'interazione con il mondo esterno, lo sguardo giocoso e rinnovato.

È evidente che il deus ex machina di questa dualità sia ancora una volta il tempo, tema caro a Pinosio, che esige il suo impegno fisico e mentale totale. Per questo, ogni opera non è solo un punto finale, ma anche l'inizio di una nuova tappa. Punti che, messi insieme, formano una traiettoria chiara.

Lo scultore spia sapientemente le regole che sottendono alla vastità della Natura e le interroga in modo elegante e potente. Il protagonista del suo sogno bambino sorprendentemente non invade lo spazio ma, anzi, ha
una sottigliezza che suona in accordo col vuoto intorno a sé, attende il precisarsi della sua forma.

Rimane il respiro, il suo peso, ad attraversarlo.

A siglare il cammino, quindi, si giunge in una sorta di stanza della sospensione, istantanea di una pausa (o un ricordo?) osservata con affetto e stupore: un divano sollevato da terra, un laboratorio in cui tutto sembra rimasto invariato, in medias res. Cosa potenzialmente è in movimento davanti a noi? Pattern e sculture floreali ora pulsano come una dimensione espansa che ci canta dentro, con le ombre che fanno loro da eco in diverse direzioni.

E ancora, il ricamo in carta e i suoi arazzi, dal ricalco dell’ombra alla tridimensionalità, sono anch'essi nuove sculture; cambiano solo pelle.
È il luogo in cui confluiscono aspirazioni, sogni, paure che sono anche nel mondo reale, ma che l'inconscio trascende, lasciandoli andar fuori dal salotto per conto proprio.

Concludendo, nel suo flusso pacato e interminabile, Pinosio mostra segni di una raggiunta maturità ove ogni logica si è apparentemente dileguata e l’immediatezza ha trasformato persino la gravità. Fa sorridere come, con questo enorme ventaglio di materie, come qualcuno diceva, una linea sia letteralmente andata a fare una passeggiata.

 

Lo scultore ha ascoltato le ombre dei suoi disegni, interrogato le sottilissime teste di elefante ed è andato altrove, portando con sé tutta la meraviglia e la forza interiore della sua leggerezza.


Antonella Argentile